Do It Again

Il blog di Alessio Bragadini

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Avere vent'anni

A fine dell'anno prossimo, 2013, saranno venti anni che sviluppo siti web - una passione nata in un angolo poco illuminato del laboratorio di informatica del Dipartimento di Informatica a Pisa, un laboratorio che ora non c'è più come direbbero nell'introduzione di un film.

È senz'altro troppo presto per fare bilanci, ridicolo pensare a celebrazioni, ma mentre a Brighton assistevo alla mia conferenza preferita mi sono reso conto che l'unica cosa saggia da fare per attraversare degnamente l'anniversario è farmi trovare al lavoro su qualcosa di bello, se non proprio entusiasmante, almeno che non mi faccia vergognare del tempo che ci spendo. Ovvero, come citato da Steve Jobs ma anche chi chissà quanti altri, il proprio lavoro occupa troppo tempo della propria vita per potersi accontentare.


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Carta a quadretti

Sono un affezionato utilizzatore di TripIt, il servizio online per registrare e salvare i propri viaggi, e negli ultimi anni ho accumulato viaggi aerei e altri spostamenti nella mia storia di spostamenti. Quando ho letto sul blog ufficiale del nuovo esperimento dello sviluppatore Cemre Güngör sono subito andato a provare il suo esperimento di visualizzazione.

Grazie alla quantità sempre maggiore di dati personali immagazzinati nei servizi online stanno nascendo idee originali per aggregarli e visualizzarli, e d’altro canto il 2011 è stato anche l’anno dell’uso (e abuso) delle infografiche. Ecco il risultato dei miei viaggi aerei:

Infografica da TripIt


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La politica per finta

Le idi di marzo

Si dice che la politica è arte di doppiezza, e forse lo è anche il cinema. Di sicuro The Ides of March, uscito in Italia il 16 dicembre, realizza l'avvitamento carpiato di mettere in scena una storia che parla di tradimenti e svelamenti, e al tempo stesso fa finta di parlare di politica occupandosi in realtà di tutt'altro.

Alla fine di un anno che è stato profondamente politico, alla vigilia di un anno che in America sarà elettorale, è evidente l'attenzione generata dall'ultimo film di George Clooney (come attore e regista) che interpreta un candidato quasi obamiano in corsa nelle primarie del Partito Democratico; ma di politica il film ne parla pochissimo, non si può nemmeno dire che sia un elemento a margine, è più che altro sullo sfondo e fornisce l'ambientazione allo sviluppo drammatico - sviluppo che avrebbe potuto ugualmente e forse meglio avvenire se ambientato in una grande azienda, una nave militare, un team sportivo, uno dei molti luoghi psicologicamente claustrofobici e competitivi della modernità. Delle idee politiche del candidato Clooney abbiamo brevi cenni a inizio film, ma il dibattito è assente così come sono invisibili gli avversari, citato ma inattivo lo sfidante democratico, non pervenuti i repubblicani. Non è battaglia di idee, è battaglia di persone e delle reciproche "squadre".

In effetti la storia è una parabola di formazione, di tradimento tra le generazioni e di rapporto tra verità e menzogna, gli ingredienti classici da Shakespeare (almeno) in poi. Anche la presentazione stessa è un falso, se del ruolo dell'ambientazione politica abbiamo parlato c'è da dire che è illusoria la presenza di Clooney come protagonista, che sfuma a lasciare la scena a Ryan Gosling, il suo vice-direttore della campagna elettorale che dovrà affrontare le sue scelte in solitudine. Persino i colpi di scena sembrano ridimensionarsi nell'avanzare della narrazione.

Si tratta allora di perdita dell'innocenza, e il tema classico trova un buon interprete nel Clooney regista che del cinema di una volta è appassionato: la narrazione è lineare, il centro è sui personaggi e sulle loro dinamiche, la derivazione teatrale evidente ma non preponderante. Un film "solido" quindi che merita di essere visto senza la lente deformante dell'ambientazione politica. Rispetto alla pièce teatrale originale Farragut North il cambio di titolo (comunque incomprensibile per gli esterni al sistema della politica professionale americana, la cosiddetta Beltway) sottolinea il tradimento come vero motore della storia se è vero che tutti i personaggi sono tra di loro infedeli in modalità diverse.

Un'ultima cosa, a sottolineare quanto la politica sia poco più che un'ispirazione: quasi tutti i personaggi commettono errori ma non sono veri e propri crimini, si trasformano poi in tragedie per incuria e incapacità di gestirli; in ogni caso non c'è vera corruzione né doppiezza nei candidati e nemmeno negli staff, cinici e stanchi come soldati all'ennesima battaglia ma non falsi per principio (la stampa ne esce molto peggio). Ancora una volta l'ottimismo americano sembra disegnare un quadro molto più roseo della realtà…


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Ho visto anche maiali volare

Arrivano novità a riguardo della Battersea Power Station di Londra, che trascina nel fallimento economico anche l'ultima (in ordine di tempo) delle imprese che hanno tentato negli anni progetti sempre più ambiziosi di recupero dell'enorme cattedrale post-industriale. Ormai lo stato di abbandono trentennale della ex-centrale elettrica sulla riva meridionale del Tamigi è iconico almeno quanto le sue quattro ciminiere bianche.

Per me poi la Power Station è sempre stata una vista familiare, per più di dieci anni ho lavorato per un'azienda che aveva la sede centrale proprio a Battersea e la vista della centrale era onnipresente nell'area, dalle finestre dell'ufficio e dal treno che si prendeva per scendere alla stazione di Battersea Park.

Nell'agosto 2008 ho avuto l'occasione di accedere all'interno della struttura e all'esposizione di quello che doveva essere l'incredibile progetto per l'area, piano ora completamente abbandonato. Queste le foto di quella visita.


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Noi che bevevamo Caffè Motta (al Bar Sport)

C'è una pubblicità che si vede abbastanza di frequente nelle ultime settimane in televisione, e la mia reazione è sempre tra il divertito e il perplesso: ad accompagnare ricostruzioni di situazioni iconiche degli anni settanta girate con effetto a metà tra il Super8 e Instagram, la voce narrante parla di certi "noi" che si faceva così e così (per esempio, "ricaricare" il telefono coi gettoni, o far durare l'estate tre mesi) sottolineando un vincolo ovviamente generazionale e nostalgico. La pubblicità è quella del Caffè Motta, una marca quasi scomparsa dalla pubblica percezione negli ultimi anni, di proprietà di Intercaf (ora si direbbe un brand) che evidentemente cerca di stabilire una connessione emozionale con i consumatori a cavallo dei cinquanta che (forse) si ricordano di quando la marca era in auge.


Come detto, la mia reazione è un po' ambivalente perché gli spot sono ben eseguiti e divertenti ma l'operazione un po' troppo scoperta.

Io che sono cresciuto circa un decennio dopo ho avuto tante cose e passioni che mi hanno accompagnato, e tra queste c'era senz'altro una copia rovinata, letta e riletta nell'edizione Oscar Mondadori (già una madeleine in sé) di Bar Sport di Stefano Benni, raccolta di brevi storie e di personaggi di culto legati alla vita da bar in un piccolo centro della provincia emiliana. Non posso dire, pur crescendo in un piccolo centro della provincia emiliana, di avere visto in prima persona i personaggi elencati ma al tempo stesso le storie erano ironicamente plausibili e datate, erano surreali e nostalgiche e per questo sono rapidamente diventate dei classici (in particolare per i maschietti, e per chi si ritrova a uccidere il tempo in un bar).

Quando ho saputo che si stava progettando un film tratto dal libro di Benni ho temuto il peggio e pensavo non potesse funzionare, il rischio evidente era che i racconti fossero semplicemente un pretesto per una commedia televisiva appena un passo più accettabile di un cinepanettone. Bar Sport, uscito nelle sale una settimana fa, è invece qualcosa di diverso anche se questa diversità temo che non aiuterà le fortune commerciali della pellicola nonostante la presenza di Claudio Bisio nel ruolo principale del Tennico, una sorta di secondo narratore e collante tra le storie.

Come dicevamo già il libro (scritto e ambientato alla metà degli anni settanta) aveva un taglio nostalgico guardando più indietro che avanti con situazioni narrate che andavano indietro fino all'immediato dopoguerra; il film sceglie di non aggiornare ai nostri giorni la narrazione come poteva essere prevedibile operando quindi un doppio giro sulla giostra del "come eravamo": chi si troverà bene sarà quindi chi è cresciuto in quel contesto o ancora chi come il sottoscritto ha a memoria la Luisona, il Cinno, Bovinelli e il resto della compagnia, personaggi a cui il film è fedele nello spirito se non addirittura nella lettera; chi si aspetta un film veramente comico sarà quasi sicuramente spiazzato dal sottotesto profondamente malinconico che pervade buona parte della visione.

C'è stato durante la visione un momento preciso in cui le mie perplessità si sono sciolte, sono affondato nella poltrona del cinema e ho cominciato a semplicemente godermi lo spettacolo: dopo l'episodio del Cinno una biglia di Merckx porta il Tennico a fare la sua solita tirata su quanto poco valesse il ciclista belga al confronto di Pozzi ("il grande Pozzi") e a questo nome un sorriso mi era apparso da orecchio a orecchio. Il film a questo punto abbraccia la surrealità dei racconti di Benni raccontando l'epopea del favoloso asso del pedale grazie a cartoni animati in stile quasi Monty Python, operazione poi ripetuta per il famoso calciatore Piva ("il grande Piva").

Anche grazie a queste operazioni il film vince la sua sfida di restare fedele a un'epoca e uno stile, resta da vedere se questo non ne limiterà il fascino a un piccolo gruppo di fan e di nostalgici.



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Auto

La Fiat Panda 30 di mia madre sulla quale pensavo di avere imparato a guidare un auto, e invece avevo solo imparato a manovrare un go-cart, che non andava a più di 90 Km/h (in discesa) e con la quale comunque sono riuscito a prendere una multa per eccesso di velocità alle quattro di notte nel centro del mio paese. La Golf nera prima serie di mio padre usata per un primo appuntamento. La Renault Clio, prima macchina mia e forse la più amata negli anni di Pisa e Bologna, portata in road trip fino alla punta estrema del Salento, e poi distrutta anni dopo in un incidente da mio fratello. Il Toyota RAV4 blu notte che possedevo a Cipro, adatto a navigare gli sterrati delle zone meno frequentate per parcheggiare sul bagnasciuga di spiagge deserte, questa incidentata dalla fidanzata dell'epoca e rimessa in sesto senza troppa fortuna da un meccanico cipriota. Poi otto anni senza possedere un'auto, guidando occasionalmente. Oggi per la prima volta mi ritrovo dietro il volante di una macchinetta nel centro di Milano e mi chiedo per cosa mi ricorderò questa nuova auto in un prossimo futuro.


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Come ottimizzare il proprio sito per Instapaper

Come avrete notato tra le piccole modifiche nel layout di questo blog c'è anche un bottone Read Later accanto a ogni post. È un link al servizio di Instapaper, la creatura di Marco Arment (lo sviluppatore iniziale di Tumblr) che è senza di dubbio una delle applicazioni indispensabili che fa del mio iPad lo strumento preferito per leggere, così come credo lo stesso valga anche per chi lo usa su altre piattaforme come il Kindle o anche iPhone.

Screenshot di Instapaper su iPadInstapaper consente di salvare pagine e articoli dal web per poi leggerle con calma in un momento successivo o anche offline sul device, ed è quindi un toccasana per quei lunghi pezzi di approfondimento che sono un po' penalizzati nella lettura quotidiana online. Durante il salvataggio, Instapaper seleziona solamente il contenuto vero e proprio della pagina eliminando quasi tutta la parte di navigazione, pubblicità ed extra vari, con il risultato di offrire una lettura pulita ed essenziale perfetta per uno schermo portatile. L'idea è talmente buona che è stata parzialmente copiata da Apple con il nome di Reading List nel nuovo iOS 5 che verrà distribuito in autunno, ma l'app di Arment (disponibile nello store al prezzo di €3,99) ha ancora un set di funzionalità superiori. Indimenticabile comunque la reazione di Marco all'annuncio di Reading List, anche se successivamente ha argomentato con più dettagli e ottimismo.

Ma il consiglio di usare Instapaper come utenti (e potete provare cliccando il bottone qui a fianco!) è solo una parte di questo post; l'autore di un sito o un blog può aiutare la condivisione delle sue pagine sul servizio con pochi semplici accorgimenti.

Come dicevo durante la preparazione del layout ho installato il bottone Read Later seguendo le istruzioni sul sito inserendo nel codice risultante titolo, link e sommario del post collegato, così quando l'utente clicca sul bottone il post viene collegato correttamente sul sito di Instapaper con tutte le informazioni al posto giusto; questo è uno dei modi per "caricare" un articolo sul servizio, altrimenti si può utilizzare un bookmarlet per i principali browser o ancora spedire la URL per email.

Lo stesso articolo sul sito e in Instapaper

Ma come fa Instapaper a selezionare solo la parte rilevante dell'articolo? Si basa su euristiche e test, cercando di analizzare la struttura del codice della pagina (in questo il tag <article> del HTML5 sembra essere molto promettente se ben usato) e infatti alcuni siti hanno un risultato migliore di altri. Ma si può anche dare un "suggerimento" al servizio, ed è quello che ho fatto nel codice di questo blog usando le indicazioni di Marco Arment.

Instapaper utilizza come "blocco utile" il primo elemento nel codice HTML marchiato con id=instapaper_body, questo può venire associato a un <div> o appunto a un <article>, in ogni caso strutturando in maniera opportuna quello che si vuole far vedere agli utenti di Instapaper: se all'interno di questo blocco si aggiungono immagini o pezzi di navigazione giudicati importanti, questi verranno mantenuti anche nella versione "asciutta" proposta dal servizio. In questo modo si può prendere completamente il controllo sui propri contenuti in una modalità extra rispetto alle semplici pagine web, addirittura si può mantenere nel blocco offerto a Instapaper una limitata quantità di pubblicità o altre meta-informazioni, cosa utile per chi teme che il servizio metta a repentaglio le proprie page views. D'altro canto si può recedere completamente dall'avere le proprie pagine indicizzate da Instapaper.


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Fiere e primarie

Pubblicato originariamente sul blog L'Ala Ovest

Il primo atto, non formale ma tradizionale, della campagna elettorale repubblicana per il 2012 si è svolto in Iowa e insieme alla notizia ormai attesa della scesa in lizza del governatore del Texas Rick Perry ha contribuito a definire quasi completamente la "griglia di partenza" per la scelta dello sfidante di Barack Obama tra quindici mesi. Nella cittadina di Ames si è svolto lo straw poll dei repubblicani locali, metà fiera e metà sondaggio politico: anche se la partecipazione al voto è volontaria (addirittura a pagamento visto che bisogna comprare il biglietto di ingresso alla fiera) ciò è in linea con la presenza ai caucus di febbraio in questo stato che insieme alle primarie del New Hampshire dà il via alla stagione presidenziale.


Foto IowaPolitics.com/Flickr

Se il ruolo dell'Iowa nel processo presidenziale è sempre stato sovradimensionato rispetto alle dimensioni di questo stato agricolo del midwest, a maggior ragione quest'anno l'elettorato socialmente conservatore dello stato è un premio ambito perché è in quell'area del Partito Repubblicano che si posizionano la maggior parte dei candidati alle primarie e anche l'"entusiasmo" della base del partito sulla scia del successo del movimento Tea Party che chiede un'opposizione totale alle politiche di Obama, costi quel che costi. Per questo motivo, e per la natura stessa di primarie e caucus (solo i più motivati elettori di un partito vanno a votare, mentre la partecipazione è minore tra moderati e indipendenti) riuscirà a ottenere la nomination del GOP solo un conservatore vero che sappia almeno tenere a bada le richieste del Tea Party.

Questo è un problema per il candidato naturale, Mitt Romney, che al secondo assalto alla nomination non riesce a scrollarsi di dosso l'immagine tecnocratica e centrista di un repubblicano del nordest, già governatore di uno stato progressista (e di solito solidamente democratico) come il Massachusetts. Queste caratteristiche lo potrebbero aiutare a novembre 2012 contro Obama ma lo penalizzano all'interno del suo stesso partito; le primarie del New Hampshire gli saranno probabilmente favorevoli ma sembra destinato a perdere in Iowa, in South Carolina e in altri stati socialmente conservatori con il rischio di impantarsi in una battaglia lunga e forse perdente. In quel caso sarebbe stato fatale a Romney aver varato una legge di riforma della sanità dello stato del Massachusetts molto, troppo simile all'"Obamacare" che è l'obiettivo principale dei conservatori repubblicani.

D'altro canto Romney ha dalla sua un vantaggio, la mancanza di avversari veri e propri dal "suo lato" del partito, mentre l'ala conservatrice galvanizzata dal Tea Party produce candidati uno più estremo dell'altro, candidature che infiammano la base degli attivisti ma che sembrano destinate a sconfitta sicura in una elezione generale. È il caso di Michele Bachmann, deputata del Minnesota (ma nativa dello Iowa) che esprime la più bieca opposizione alle politiche di Obama tra gaffe e affermazioni estreme che le valgono l'amore dei militanti conservatori puri e duri. In questo raccoglie l'eredità in un certo senso di Sarah Palin anche se la candidata vicepresidente del 2008 continua a godere di un seguito formidabile (come si è visto ad Ames dove era presente) e non ha completamente sciolto la riserva se gareggiare o meno anche nel 2012 dove però incontrerebbe competizione proprio all'interno della destra repubblicana.

Il vero problema del GOP è quindi, come ha brillantemente riassunto Nate Silver sul New York Times, trovare un candidato che soddisfi tutti e tre i requisiti, sia cioè solidamente conservatore, sia competitivo in un'elezione generale contro Obama e infine accetti di bruciare le proprie chance contro un presidente in carica che per quanto in calo di popolarità ha comunque un intrinseco vantaggio contro ogni sfidante. Candidati come il governatore dell'Indiana Mitch Daniels o il deputato Paul Ryan per esempio hanno passato la mano e rinunciato mentre uno degli iniziali favoriti, l'ex governatore del Minnesota Tim Pawlenty, ha dovuto constatare che non c'era margine per la sua candidatura e si è ritirato dalle primarie subito dopo Ames per fare spazio alla nuova stella nascente Perry.


Grafico di Nate Silver per il New York Times.

Proprio il governatore del Texas potrebbe seguire le orme del suo precedessore su quella poltrona, un certo George W. Bush: appena entrato in gara è subito balzato in testa ai sondaggi grazie ai buoni risultati economici raggiunti negli ultimi anni dal suo stato. Ed è un dato di fatto che con l'eccezione di Obama negli ultimi decenni la presidenza è quasi sempre stata conquistata da governatori ex o in carica (Bush nel 2000, Clinton nel 1992, Reagan nel 1980, Carter nel 1976). Perry però ha deciso di posizionarsi pure lui all'estremo conservatore dello spettro politico repubblicano, completando un percorso politico che l'ha visto partire come democratico moderato alleato di Al Gore negli anni ottanta per poi muoversi inesorabilmente verso la destra cristiana e conservatrice a ogni elezione. Il dubbio è se questo processo si sia fermato entro limiti accettabili per il pubblico dei cinquanta stati o Perry abbia bruciato il suo consenso al di fuori del Texas e degli altri stati del sud.

Pare quindi che le primarie repubblicane più che tra (molti) candidati dovranno dirimere il dubbio sulla direzione e stessa del partito, e sul ruolo al suo interno del movimento del Tea Party. Per questo motivo è probabile che la battaglia sarà lunga, portando allo scontro finale un esponente moderato (quasi sicuramente Romney) e uno conservatore (Bachmann, Perry, Sarah Palin?) a sua volta vincitore di una serrata lotta interna per la stessa fetta di voti.


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,Politica

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Il responsabile della crisi europea

…è questo signore qua. Non lo riconoscete?

In realtà sarebbe ingeneroso dare davvero la colpa a Herman Van Rompuy della crisi dell'Eurozona e per estensione di tutta l'architettura della Unione Europea, ma credo che molti a questo punto si stiano chiedendo chi sia Van Rompuy, ed è proprio questo il problema: l'uomo politico belga è il primo e attuale Presidente del Consiglio Europeo, posizione nata per sostituire la presidenza a rotazione e che in maniera imprecisa potrebbe venire semplificata come "presidente dell'UE". Ovvero, lo sarebbe stata se in quel ruolo fosse stato nominato un personaggio di spicco (era un po' il sogno di Tony Blair) mentre invece con la scelta di Van Rompuy nel 2009 ancora una volta le "grandi potenze" hanno preferito non avere qualcuno che facesse ombra ai giochi bilaterali come quello appena andato in scena tra Berlino e Parigi.

Il risultato è una mancanza di istituzioni politiche solide ma soprattutto autorevoli a livello centrale per l'Unione mentre l'Eurozona in un modo o nell'altro trova la necessaria (anche se a volte recalcitrante) guida nella Banca Centrale Europea. Il conto lo paghiamo in questi giorni.

La speranza è che anche questi avvenimenti convincano della necessità di una maggiore integrazione politica a livello europeo, e che ruoli come quello del "Presidente del Consiglio Europeo" evolvano fino ad avere una vera voce sul palcoscenico mondiale, in modo non dissimile da quello che è accaduto dall'altra parte dell'Atlantico dove il ruolo di Presidente degli Stati Uniti si è trasformato dalla sorta di segretario del Congresso come originariamente previsto dalla lettera della Costituzione al motore politico che è attualmente: purtroppo gli Stati Uniti hanno impiegato decenni per far fare il salto di qualità alle loro istituzioni federali, è un tempo che l'Europa non ha a disposizione.


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Happy Birthday, Mr President

Pubblicato originariamente sul blog L'Ala Ovest

Il presidente Obama ha compiuto cinquanta anni pochi giorni fa, e non deve essere stato un compleanno particolarmente felice. In aggiunta alle comuni preoccupazioni di un uomo che raggiunge questo traguardo avrà senz'altro preoccupazioni politiche non da poco che giorno dopo giorno stanno invischiando la seconda parte del suo primo (unico?) mandato.

Come avevamo scritto, la campagna per le presidenziali del 2012 è già a tutti gli effetti partita, una campagna che si svolgerà con il primo piano l'offensiva del cosiddetto Tea Party Movement, una destra estrema e per niente abituata ai compromessi che solo a causa del bipartitismo assoluto della politica americana milita nel Partito Repubblicano ma che agli stessi repubblicani tradizionali sta creando più di un grattacapo. Ma per ora il conto dell'influenza del Tea Party sembra lo stia pagando soprattutto Obama, la cui ascesa alla presidenza è in fondo la prima causa della nascita del movimento o quanto meno della sua radicalizzazione.

Stretto tra la crisi economica e il crescere del debito pubblico americano, il Congresso degli Stati Uniti era chiamato a votare una leggina quasi di routine, un innalzamento dei limiti massimi di indebitamento del governo federale in modo da poter continuare a emettere e ripagare i famosi buoni del tesoro acquistati da risparmiatori (e fondi pensione, e banche centrali) in tutto il mondo: unici al fondo, gli Stati Uniti hanno un tetto all'indebitamento stabilito per legge che però viene spesso innalzato a seconda della necessità. Questa volta però la Camera dei Rappresentanti, a maggioranza repubblicana fortemente condizionata dai membri legati al Tea Party per i quali il rigore fiscale è un atto di fede così come la limitazione del ruolo dell'amministrazione centrale, si è messa di traverso annunciando che non avrebbe votato l'innalzamento a meno di grossi tagli alle spese del governo federale o addirittura che non avrebbe votato l'innalzamento in ogni caso. Questo poneva le basi per la mancanza di contante da utilizzare per ripagare i buoni del tesoro in scadenza e quindi per il cosiddetto default dei titoli stessi. Un evento impensabile fino al giorno prima anche perché questi titoli erano considerati super-sicuri da parte di tutti gli investitori (da cui la famosa "tripla A" da parte delle agenzie di rating).

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Dopo frenetici negoziati con il Senato ma soprattutto con la Camera rappresentata dallo speaker John Boehner alla fine una legge di compromesso è passata che però comprende principalmente tagli alle spese e non, con l'orrore dell'ala più liberal del Partito Democratico, innalzamenti alle tasse per i più ricchi. Anche se i dettagli delle misure adottate sono forse meno peggio di come può sembrare è però innegabile che l'immagine offerta da Obama in questo frangente sia stata quella di un leader debole che non riesce a imporsi sui voleri del Congresso (una sensazione già provata durante la battaglia per l'approvazione della riforma sanitaria) e che al momento del dunque concede di più ai Repubblicani che non ai suoi compagni di partito. Come effetto di questo poco edificante balletto tra Presidente e Congresso e delle prospettive future del debito americano ecco che per la prima volta in settant'anni l'agenzia di rating Standard & Poor's ha declassato il giudizio sui titoli di stato americano dal perfetto AAA a un meno buono AA+, perdita di una lettera che significa sul lato pratico un probabile rincaro dei rendimenti con ricaduta sui conti del governo, mentre sul lato simbolico è un sonoro schiaffone dato al Congresso ma principalmente al Presidente, Barack Obama.

Il problema per il presidente democratico ora quindi ha molte facce, da un lato la destra repubblicana ha colto una vittoria, vera o simbolica, e ha testato la sua resistenza politica a poco più di quattro mesi dall'inizio delle primarie del GOP che verranno combattute in funzione anti-Obama ma anche anti-establishment repubblicano moderato; dall'altro il suo sostegno tra gli attivisti democratici non è mai stato così basso e questo potrebbe tradursi in un calo di fondi o partecipazione al voto a novembre 2012. Una sfida alle primarie o una candidatura centrista e indipendente sono ancora alquanto improbabili ma certo c'è il rischio che Obama arrivi alle elezioni presidenziali da sfavorito. Tutto questo mentre al di fuori delle istituzioni la crisi è reale e colpisce posti di lavoro e settori produttivi, e gli impegni bellici come quello in Afghanistan mietono vittime e appaiono sempre più senza senso.

Non è stato quindi un buon compleanno per Barack Obama, e da più parti gli viene chiesto dove sia finita la sua passione e che strada intenda prendere da qui alla fine del mandato. In mancanza di solidi appoggi nel Congresso il Presidente si rivolge sempre più stesso alla nazione (anche grazie ai social network come Twitter), resta da vedere se il popolo americano gli rinnoverà fiducia e mandato per realizzare veramente quel change che era il tema della sua campagna elettorale.