Pubblicato originariamente sul blog L'Ala Ovest
Il primo atto, non formale ma tradizionale, della campagna elettorale repubblicana per il 2012 si è svolto in Iowa e insieme alla notizia ormai attesa della scesa in lizza del governatore del Texas Rick Perry ha contribuito a definire quasi completamente la "griglia di partenza" per la scelta dello sfidante di Barack Obama tra quindici mesi. Nella cittadina di Ames si è svolto lo straw poll dei repubblicani locali, metà fiera e metà sondaggio politico: anche se la partecipazione al voto è volontaria (addirittura a pagamento visto che bisogna comprare il biglietto di ingresso alla fiera) ciò è in linea con la presenza ai caucus di febbraio in questo stato che insieme alle primarie del New Hampshire dà il via alla stagione presidenziale.

Foto IowaPolitics.com/Flickr
Se il ruolo dell'Iowa nel processo presidenziale è sempre stato sovradimensionato rispetto alle dimensioni di questo stato agricolo del midwest, a maggior ragione quest'anno l'elettorato socialmente conservatore dello stato è un premio ambito perché è in quell'area del Partito Repubblicano che si posizionano la maggior parte dei candidati alle primarie e anche l'"entusiasmo" della base del partito sulla scia del successo del movimento Tea Party che chiede un'opposizione totale alle politiche di Obama, costi quel che costi. Per questo motivo, e per la natura stessa di primarie e caucus (solo i più motivati elettori di un partito vanno a votare, mentre la partecipazione è minore tra moderati e indipendenti) riuscirà a ottenere la nomination del GOP solo un conservatore vero che sappia almeno tenere a bada le richieste del Tea Party.
Questo è un problema per il candidato naturale, Mitt Romney, che al secondo assalto alla nomination non riesce a scrollarsi di dosso l'immagine tecnocratica e centrista di un repubblicano del nordest, già governatore di uno stato progressista (e di solito solidamente democratico) come il Massachusetts. Queste caratteristiche lo potrebbero aiutare a novembre 2012 contro Obama ma lo penalizzano all'interno del suo stesso partito; le primarie del New Hampshire gli saranno probabilmente favorevoli ma sembra destinato a perdere in Iowa, in South Carolina e in altri stati socialmente conservatori con il rischio di impantarsi in una battaglia lunga e forse perdente. In quel caso sarebbe stato fatale a Romney aver varato una legge di riforma della sanità dello stato del Massachusetts molto, troppo simile all'"Obamacare" che è l'obiettivo principale dei conservatori repubblicani.
D'altro canto Romney ha dalla sua un vantaggio, la mancanza di avversari veri e propri dal "suo lato" del partito, mentre l'ala conservatrice galvanizzata dal Tea Party produce candidati uno più estremo dell'altro, candidature che infiammano la base degli attivisti ma che sembrano destinate a sconfitta sicura in una elezione generale. È il caso di Michele Bachmann, deputata del Minnesota (ma nativa dello Iowa) che esprime la più bieca opposizione alle politiche di Obama tra gaffe e affermazioni estreme che le valgono l'amore dei militanti conservatori puri e duri. In questo raccoglie l'eredità in un certo senso di Sarah Palin anche se la candidata vicepresidente del 2008 continua a godere di un seguito formidabile (come si è visto ad Ames dove era presente) e non ha completamente sciolto la riserva se gareggiare o meno anche nel 2012 dove però incontrerebbe competizione proprio all'interno della destra repubblicana.
Il vero problema del GOP è quindi, come ha brillantemente riassunto Nate Silver sul New York Times, trovare un candidato che soddisfi tutti e tre i requisiti, sia cioè solidamente conservatore, sia competitivo in un'elezione generale contro Obama e infine accetti di bruciare le proprie chance contro un presidente in carica che per quanto in calo di popolarità ha comunque un intrinseco vantaggio contro ogni sfidante. Candidati come il governatore dell'Indiana Mitch Daniels o il deputato Paul Ryan per esempio hanno passato la mano e rinunciato mentre uno degli iniziali favoriti, l'ex governatore del Minnesota Tim Pawlenty, ha dovuto constatare che non c'era margine per la sua candidatura e si è ritirato dalle primarie subito dopo Ames per fare spazio alla nuova stella nascente Perry.

Grafico di Nate Silver per il New York Times.
Proprio il governatore del Texas potrebbe seguire le orme del suo precedessore su quella poltrona, un certo George W. Bush: appena entrato in gara è subito balzato in testa ai sondaggi grazie ai buoni risultati economici raggiunti negli ultimi anni dal suo stato. Ed è un dato di fatto che con l'eccezione di Obama negli ultimi decenni la presidenza è quasi sempre stata conquistata da governatori ex o in carica (Bush nel 2000, Clinton nel 1992, Reagan nel 1980, Carter nel 1976). Perry però ha deciso di posizionarsi pure lui all'estremo conservatore dello spettro politico repubblicano, completando un percorso politico che l'ha visto partire come democratico moderato alleato di Al Gore negli anni ottanta per poi muoversi inesorabilmente verso la destra cristiana e conservatrice a ogni elezione. Il dubbio è se questo processo si sia fermato entro limiti accettabili per il pubblico dei cinquanta stati o Perry abbia bruciato il suo consenso al di fuori del Texas e degli altri stati del sud.
Pare quindi che le primarie repubblicane più che tra (molti) candidati dovranno dirimere il dubbio sulla direzione e stessa del partito, e sul ruolo al suo interno del movimento del Tea Party. Per questo motivo è probabile che la battaglia sarà lunga, portando allo scontro finale un esponente moderato (quasi sicuramente Romney) e uno conservatore (Bachmann, Perry, Sarah Palin?) a sua volta vincitore di una serrata lotta interna per la stessa fetta di voti.