Si dice che la politica è arte di doppiezza, e forse lo è anche il cinema. Di sicuro The Ides of March, uscito in Italia il 16 dicembre, realizza l’avvitamento carpiato di mettere in scena una storia che parla di tradimenti e svelamenti, e al tempo stesso fa finta di parlare di politica occupandosi in realtà di tutt’altro.

le_idi_di_marzoAlla fine di un anno che è stato profondamente politico, alla vigilia di un anno che in America sarà elettorale, è evidente l’attenzione generata dall’ultimo film di George Clooney (come attore e regista) che interpreta un candidato quasi obamiano in corsa nelle primarie del Partito Democratico; ma di politica il film ne parla pochissimo, non si può nemmeno dire che sia un elemento a margine, è più che altro sullo sfondo e fornisce l’ambientazione allo sviluppo drammatico – sviluppo che avrebbe potuto ugualmente e forse meglio avvenire se ambientato in una grande azienda, una nave militare, un team sportivo, uno dei molti luoghi psicologicamente claustrofobici e competitivi della modernità. Delle idee politiche del candidato Clooney abbiamo brevi cenni a inizio film, ma il dibattito è assente così come sono invisibili gli avversari, citato ma inattivo lo sfidante democratico, non pervenuti i repubblicani. Non è battaglia di idee, è battaglia di persone e delle reciproche “squadre”.

In effetti la storia è una parabola di formazione, di tradimento tra le generazioni e di rapporto tra verità e menzogna, gli ingredienti classici da Shakespeare (almeno) in poi. Anche la presentazione stessa è un falso, se del ruolo dell’ambientazione politica abbiamo parlato c’è da dire che è illusoria la presenza di Clooney come protagonista, che sfuma a lasciare la scena a Ryan Gosling, il suo vice-direttore della campagna elettorale che dovrà affrontare le sue scelte in solitudine. Persino i colpi di scena sembrano ridimensionarsi nell’avanzare della narrazione.

Si tratta allora di perdita dell’innocenza, e il tema classico trova un buon interprete nel Clooney regista che del cinema di una volta è appassionato: la narrazione è lineare, il centro è sui personaggi e sulle loro dinamiche, la derivazione teatrale evidente ma non preponderante. Un film “solido” quindi che merita di essere visto senza la lente deformante dell’ambientazione politica. Rispetto alla pièce teatrale originale Farragut North il cambio di titolo (comunque incomprensibile per gli esterni al sistema della politica professionale americana, la cosiddetta Beltway) sottolinea il tradimento come vero motore della storia se è vero che tutti i personaggi sono tra di loro infedeli in modalità diverse.

Un’ultima cosa, a sottolineare quanto la politica sia poco più che un’ispirazione: quasi tutti i personaggi commettono errori ma non sono veri e propri crimini, si trasformano poi in tragedie per incuria e incapacità di gestirli; in ogni caso non c’è vera corruzione né doppiezza nei candidati e nemmeno negli staff, cinici e stanchi come soldati all’ennesima battaglia ma non falsi per principio (la stampa ne esce molto peggio). Ancora una volta l’ottimismo americano sembra disegnare un quadro molto più roseo della realtà…

Alessio Bragadini
Mi occupo di progetti digitali, inoltre sono un coach Agile e ScrumMaster e un appassionato di GTD e produttività personale.