C’è una pubblicità che si vede abbastanza di frequente nelle ultime settimane in televisione, e la mia reazione è sempre tra il divertito e il perplesso: ad accompagnare ricostruzioni di situazioni iconiche degli anni settanta girate con effetto a metà tra il Super8 e Instagram, la voce narrante parla di certi “noi” che si faceva così e così (per esempio, “ricaricare” il telefono coi gettoni, o far durare l’estate tre mesi) sottolineando un vincolo ovviamente generazionale e nostalgico. La pubblicità è quella del Caffè Motta, una marca quasi scomparsa dalla pubblica percezione negli ultimi anni, di proprietà di Intercaf (ora si direbbe un brand) che evidentemente cerca di stabilire una connessione emozionale con i consumatori a cavallo dei cinquanta che (forse) si ricordano di quando la marca era in auge.

Come detto, la mia reazione è un po’ ambivalente perché gli spot sono ben eseguiti e divertenti ma l’operazione un po’ troppo scoperta.

Io che sono cresciuto circa un decennio dopo ho avuto tante cose e passioni che mi hanno accompagnato, e tra queste c’era senz’altro una copia rovinata, letta e riletta nell’edizione Oscar Mondadori (già una madeleine in sé) di Bar Sport di Stefano Benni, raccolta di brevi storie e di personaggi di culto legati alla vita da bar in un piccolo centro della provincia emiliana. Non posso dire, pur crescendo in un piccolo centro della provincia emiliana, di avere visto in prima persona i personaggi elencati ma al tempo stesso le storie erano ironicamente plausibili e datate, erano surreali e nostalgiche e per questo sono rapidamente diventate dei classici (in particolare per i maschietti, e per chi si ritrova a uccidere il tempo in un bar).

Quando ho saputo che si stava progettando un film tratto dal libro di Benni ho temuto il peggio e pensavo non potesse funzionare, il rischio evidente era che i racconti fossero semplicemente un pretesto per una commedia televisiva appena un passo più accettabile di un cinepanettone. Bar Sport, uscito nelle sale una settimana fa, è invece qualcosa di diverso anche se questa diversità temo che non aiuterà le fortune commerciali della pellicola nonostante la presenza di Claudio Bisio nel ruolo principale del Tennico, una sorta di secondo narratore e collante tra le storie.

Come dicevamo già il libro (scritto e ambientato alla metà degli anni settanta) aveva un taglio nostalgico guardando più indietro che avanti con situazioni narrate che andavano indietro fino all’immediato dopoguerra; il film sceglie di non aggiornare ai nostri giorni la narrazione come poteva essere prevedibile operando quindi un doppio giro sulla giostra del “come eravamo”: chi si troverà bene sarà quindi chi è cresciuto in quel contesto o ancora chi come il sottoscritto ha a memoria la Luisona, il Cinno, Bovinelli e il resto della compagnia, personaggi a cui il film è fedele nello spirito se non addirittura nella lettera; chi si aspetta un film veramente comico sarà quasi sicuramente spiazzato dal sottotesto profondamente malinconico che pervade buona parte della visione.

C’è stato durante la visione un momento preciso in cui le mie perplessità si sono sciolte, sono affondato nella poltrona del cinema e ho cominciato a semplicemente godermi lo spettacolo: dopo l’episodio del Cinno una biglia di Merckx porta il Tennico a fare la sua solita tirata su quanto poco valesse il ciclista belga al confronto di Pozzi (“il grande Pozzi”) e a questo nome un sorriso mi era apparso da orecchio a orecchio. Il film a questo punto abbraccia la surrealità dei racconti di Benni raccontando l’epopea del favoloso asso del pedale grazie a cartoni animati in stile quasi Monty Python, operazione poi ripetuta per il famoso calciatore Piva (“il grande Piva”).

Anche grazie a queste operazioni il film vince la sua sfida di restare fedele a un’epoca e uno stile, resta da vedere se questo non ne limiterà il fascino a un piccolo gruppo di fan e di nostalgici.

Alessio Bragadini
Mi occupo di progetti digitali, inoltre sono un coach Agile e ScrumMaster e un appassionato di GTD e produttività personale.