Happy Birthday, Mr President
Pubblicato originariamente sul blog L'Ala Ovest
Il presidente Obama ha compiuto cinquanta anni pochi giorni fa, e non deve essere stato un compleanno particolarmente felice. In aggiunta alle comuni preoccupazioni di un uomo che raggiunge questo traguardo avrà senz'altro preoccupazioni politiche non da poco che giorno dopo giorno stanno invischiando la seconda parte del suo primo (unico?) mandato.
Come avevamo scritto, la campagna per le presidenziali del 2012 è già a tutti gli effetti partita, una campagna che si svolgerà con il primo piano l'offensiva del cosiddetto Tea Party Movement, una destra estrema e per niente abituata ai compromessi che solo a causa del bipartitismo assoluto della politica americana milita nel Partito Repubblicano ma che agli stessi repubblicani tradizionali sta creando più di un grattacapo. Ma per ora il conto dell'influenza del Tea Party sembra lo stia pagando soprattutto Obama, la cui ascesa alla presidenza è in fondo la prima causa della nascita del movimento o quanto meno della sua radicalizzazione.
Stretto tra la crisi economica e il crescere del debito pubblico americano, il Congresso degli Stati Uniti era chiamato a votare una leggina quasi di routine, un innalzamento dei limiti massimi di indebitamento del governo federale in modo da poter continuare a emettere e ripagare i famosi buoni del tesoro acquistati da risparmiatori (e fondi pensione, e banche centrali) in tutto il mondo: unici al fondo, gli Stati Uniti hanno un tetto all'indebitamento stabilito per legge che però viene spesso innalzato a seconda della necessità. Questa volta però la Camera dei Rappresentanti, a maggioranza repubblicana fortemente condizionata dai membri legati al Tea Party per i quali il rigore fiscale è un atto di fede così come la limitazione del ruolo dell'amministrazione centrale, si è messa di traverso annunciando che non avrebbe votato l'innalzamento a meno di grossi tagli alle spese del governo federale o addirittura che non avrebbe votato l'innalzamento in ogni caso. Questo poneva le basi per la mancanza di contante da utilizzare per ripagare i buoni del tesoro in scadenza e quindi per il cosiddetto default dei titoli stessi. Un evento impensabile fino al giorno prima anche perché questi titoli erano considerati super-sicuri da parte di tutti gli investitori (da cui la famosa "tripla A" da parte delle agenzie di rating).
Dopo frenetici negoziati con il Senato ma soprattutto con la Camera rappresentata dallo speaker John Boehner alla fine una legge di compromesso è passata che però comprende principalmente tagli alle spese e non, con l'orrore dell'ala più liberal del Partito Democratico, innalzamenti alle tasse per i più ricchi. Anche se i dettagli delle misure adottate sono forse meno peggio di come può sembrare è però innegabile che l'immagine offerta da Obama in questo frangente sia stata quella di un leader debole che non riesce a imporsi sui voleri del Congresso (una sensazione già provata durante la battaglia per l'approvazione della riforma sanitaria) e che al momento del dunque concede di più ai Repubblicani che non ai suoi compagni di partito. Come effetto di questo poco edificante balletto tra Presidente e Congresso e delle prospettive future del debito americano ecco che per la prima volta in settant'anni l'agenzia di rating Standard & Poor's ha declassato il giudizio sui titoli di stato americano dal perfetto AAA a un meno buono AA+, perdita di una lettera che significa sul lato pratico un probabile rincaro dei rendimenti con ricaduta sui conti del governo, mentre sul lato simbolico è un sonoro schiaffone dato al Congresso ma principalmente al Presidente, Barack Obama.
Il problema per il presidente democratico ora quindi ha molte facce, da un lato la destra repubblicana ha colto una vittoria, vera o simbolica, e ha testato la sua resistenza politica a poco più di quattro mesi dall'inizio delle primarie del GOP che verranno combattute in funzione anti-Obama ma anche anti-establishment repubblicano moderato; dall'altro il suo sostegno tra gli attivisti democratici non è mai stato così basso e questo potrebbe tradursi in un calo di fondi o partecipazione al voto a novembre 2012. Una sfida alle primarie o una candidatura centrista e indipendente sono ancora alquanto improbabili ma certo c'è il rischio che Obama arrivi alle elezioni presidenziali da sfavorito. Tutto questo mentre al di fuori delle istituzioni la crisi è reale e colpisce posti di lavoro e settori produttivi, e gli impegni bellici come quello in Afghanistan mietono vittime e appaiono sempre più senza senso.
Non è stato quindi un buon compleanno per Barack Obama, e da più parti gli viene chiesto dove sia finita la sua passione e che strada intenda prendere da qui alla fine del mandato. In mancanza di solidi appoggi nel Congresso il Presidente si rivolge sempre più stesso alla nazione (anche grazie ai social network come Twitter), resta da vedere se il popolo americano gli rinnoverà fiducia e mandato per realizzare veramente quel change che era il tema della sua campagna elettorale.

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