Pubblicato originariamente sul blog L'Ala Ovest
Mentre l'America festeggia il suo 235° compleanno (la dichiarazione di indipendenza fu firmata a Philadelphia il 4 luglio 1776) ritorniamo a parlare delle elezioni presidenziali dopo un lungo periodo di silenzio su questo blog. Sembra ieri l'elezione di Barack Obama alla Casa Bianca e invece il suo mandato è già oltre la metà del suo corso, infatti è proprio dal cattivo risultato delle elezioni di midterm che bisogna ripartire.
Nel consueto rinnovo totale della Camera dei Deputati a novembre 2010 il partito Repubblicano è riuscito a imporsi strappando la maggioranza e insediando John Boehner come speaker, ma ha lasciato il Senato ai Democratici anche se con una maggioranza ridotta. Ciò nonostante la vittoria repubblicana, e i sei mesi di opposizione parlamentare a Obama, non sono stati utili al Grand Old Party per mettersi in pole position nella corsa presidenziale del 2012 e anzi hanno evidenziato le spaccature interne al partito tra le diverse fazioni, spaccature che saranno la storia delle primarie che di fatto sono già iniziate.
Sul fronte del partito Democratico i giochi sono già fatti, Obama come prevedibile correrà per la riconferma e non ci sarà nessuna opposizione nelle primarie, nemmeno simbolica nonostante i mugugni dell'ala più liberal del partito che ha accusato il presidente di non aver fatto abbastanza durante questo primo mandato. Da qui alla convention democratica di Charlotte (North Carolina) il 6 settembre 2012 sarà allora per Obama una pura campagna mediatica a sottolineare ancora di più come le elezioni siano sopratutto un referendum e un giudizio sul presidente quando questi si ricandida. Come sarà l'economia americana da qui a un anno? Ecco il vero punto di domanda che probabilmente farà vincere o perdere Obama.
Nella foto, una manifestazione del Tea Party Express nel 2010. Credits Fibonacci Blue/Flickr.
In casa repubblicana invece si ripresenta sempre più forte il dilemma della eleggibilità: votare un candidato più radicale e per questo più affine ai militanti che votano nelle primarie oppure cercare un candidato che possa battere Obama alle elezioni generali? Se questo dualismo è sempre stato presente, è però con le elezioni del 2010 e la crescita del movimento Tea Party in seno al partito che la scelta è diventata difficile: i militanti del Tea Party, movimentisti e politicamente radicali, sono ormai necessari per vincere le primarie e per il fundraising ma le loro scelte sono spesso indigeribili per repubblicani moderati e indipendenti con il risultato che nel 2010 la riconquista del Senato è fallita anche se non soprattutto a causa di candidati repubblicani vincitori delle primarie ma inadatti a un'elezione generale. Il Partito Repubblicano commetterà lo stesso errore nel 2012?
Ecco allora che alle primarie repubblicane si affacciano diverse categorie di candidati (ben 14 sono finora quelli ufficiali), dai moderati preferiti dall'establishment del partito ai favoriti dei tea partiers, c'è l'ex-speaker della Camera Newt Gingrich la cui campagna sembra già essere naufragata, il governatore del Minnesota Tim Pawlenty, la radicale Michele Bachmann, il libertario Ron Paul. C'è soprattutto Mitt Romney, alla seconda candidatura dopo quella del 2008 e che nella tradizionale pratica dell'"erede designato" preferita dalla struttura del GOP sembra avere dietro i maggiorenti del partito che vedono in lui il favorito per le primarie e un centrista capace di affrontare Obama il 6 novembre 2012. E poi ci sono gli assenti, quelli che hanno già rinunciato come Mike Huckabee o Haley Barbour e quelli che restano eternamente sulla soglia della candidatura come il governatore del Texas Rick Perry (che diventerebbe immediatamente il favorito decidesse di correre) e la repubblicana forse più famosa, Sarah Palin. E non c'è da dimenticare la falsa candidatura di Donald Trump, cresciuta rapidamente e sgonfiatasi ancora prima.
Le primarie cominceranno, come da tradizione, in Iowa e new Hampshire a inizio 2012 e quando si accenderanno i fuochi d'artificio del prossimo 4 luglio l'America sarà già nel mezzo di una campagna elettorale infuocata.