Do It Again

Il blog di Alessio Bragadini

Archivio Luglio 2011


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Quella bionda maleducata

Non so cosa mi sia piaciuto di più, se il nome, il gusto pieno e fruttato, o la descrizione tutta ammiccante che appare sulla bottiglia, ma l'incontro con la Trashy Blonde è stato folgorante, una pale ale dal sapore ricco imbottigliata da quei mattacchioni del birrificio scozzese BrewDog.


A titillating, neurotic, peroxide, punk of a pale ale. Combining attitude, style substance and a little bit of low self esteem for good measure; what would your mother say?

You really should just leave it alone...

...but you just cant get the compulsive malt body and gorgeous dirty blonde colour out of your head. The seductive lure of the sassy passion fruit hop proves too much to resist. All that is even before we get onto the fact that there are no additives preservatives, pasteurization or strings attached.

All wrapped up with the customary Brewdog bite and imaginative twist. This trashy blonde is going to get you into a lot of trouble.


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Plus Ultra

Accennavo in precedenza alla fine recente di progetti professionali e a come questo spinga a fare un po' "il punto" degli argomenti trattati. A maggior ragione ho pensato nelle ultime settimane che varrebbe la pena da parte mia fare il bilancio e qualche ragionamento su tutti quelli strumenti che vanno sotto il nome di social network e sui quali ho passato ore sia di studio (un po') che di svago (molte di più!) negli ultimi anni. E quale occasione migliore per iniziare che affrontare il tema del giorno, l'arrivo più volte vagheggiato di Google nel mondo del social in senso stretto con il progetto Google+?

Anche perché ho in cantiere da mesi, letteralmente, un post su Google ma le infinite novità del colosso di Mountain View fanno sì che venga sempre riscritto, ripensato, stravolto… Ma di questo progetto è meglio forse parlare in maniera isolata (per quanto possibile).

Di Google+ si è parlato ovunque tra i professionisti e i curiosi, a partire da un lungo e perfetto articolo di Steven Levy che ne ha raccontato genesi e filosofia grazie all'accesso privilegiato che ha avuto all'azienda durante la scrittura del suo libro In the Plex: si parla di "progetto" e non di sito proprio perché la nuova strategia "sociale" della Grande G vuole andare a toccare in profondità tutti i prodotti dell'azienda in modo da associare al cuore algoritmico che ne ha fatto la fortuna anche un secondo cuore più legato alle relazioni interpersonali in modo da arrivare vicino alle esigenze degli utenti degli servizi (e degli inserzionisti, ovviamente).

Al momento Google+ non differisce ancora molto dalla struttura generale di altri social network più o meno famosi ad esclusione di qualche piccolo particolare e di una grossa nuova feature che sta facendo molto discutere, quella dei circles (cerchie nella localizzazione italiana). Le cerchie sono gruppi di contatti organizzati come preferisce l'utente (il sistema offre come suggerimento iniziale 'amici', 'famiglia', 'lavoro', ecc.) con cui è poi possibile condividere informazioni e discussioni senza che il resto dei propri contatti possa accedervi: in questo modo la rete sociale non è più piatta e indifferenziata ma si adatta alle diverse situazioni che ciascuno ha nella vita reale, riportando le distinzioni anche online.

Funzionerà? Il meccanismo sembra molto interessante sulla carta ma diventa un po' complicato da utilizzare in pratica, come si è anche visto tra i primi invitati a Google+ che pur essendo esperti o addirittura professionisti dei social network avevano dubbi e facevano esperimenti su cosa si potesse o non potesse fare con questo nuovo meccanismo. È quindi possibile che questa funzione non faccia presa sul grande pubblico che finora si è sempre trovato bene a pubblicare urbi et orbi o al limite al gruppo ristretto e bidirezionale degli "amici" così come impostati nella logica di Facebook. Google+ sembra invece orientato a un modello asimmetrico (grazie a Paola Bonomo per la discussione sulle differenze) che finora è stato il regno di network più editoriali che sociali, tra tutti Twitter, ed è una scommessa vedere se il grande pubblico coglierà questo tipo di uso. Da considerare anche che al momento quello che potrebbe sembrare un'evoluzione naturale della cerchia, ovvero usarla come un gruppo di persone che si scambiano informazioni, è in un certo senso impossibile: la cerchia è personale, quindi se tre o quattro amici decidono di comunicare tra di loro stabilmente dovrebbero ciascuno crearsi una cerchia con tutti gli altri partecipanti meno sé stessi e poi scrivere a questa selezione; è evidente che è un meccanismo che non può crescere, quindi Google dovrà aggiungere delle feature forse portando dentro al "progetto Google+" anche Google Gruppi che funziona sia via email che via web.

Tra fallimento e successo esiste naturalmente una via intermedia, ovvero che le cerchie non vengano sfruttate al pieno della loro potenza se non da un ristretto numero di smanettoni mentre la stragrande maggioranza degli utenti si fermi a usare 'amici', 'famiglia' e 'lavoro' e impari a spedire contenuti diversi a questi gruppi. Questo mi sembra il risultato più probabile, e sarebbe un grande passo avanti complessivo per la comprensione delle dinamiche social da parte del vasto pubblico, ma al tempo stesso lascerebbe ai rivali di Google, fra tutti Facebook, la possibilità di attivare o potenziare rapidamente strutture simili. C'è da considerare che le "liste di amici" con alcune (non tutte) di queste possibilità sono già attive su Facebook da molto tempo ma scarsamente usate – errore nell'implementazione o segnale di disinteresse degli utenti? L'altra grande novità di Google+ è quella di una videochat di gruppo (o hangout) che dopo l'entusiasmo iniziale dovrà trovare trazione tra gli utenti meno affezionati.

Per quanto le dichiarazioni ufficiali cerchino di svicolare dall'argomento è evidente che il bersaglio di Google+ è infatti uno e solo uno, se è vero che solo uno è il social network generalista di successo nella maggior parte dei paesi, ovvero Facebook. E rispetto a Facebook il nuovo servizio non ha oggettivamente maggiori attrattive se non le due citate che vanno a confrontarsi con diverse mancanze (eventi, spazi per aziende, gruppi, eccetera) che quasi sicuramente arriveranno presto ma che per ora sono assenti; ma d'altra parte il vero asset è quello del nome, Google è ancora un marchio che induce fascino tecnologico e fiducia nonostante i fallimenti nell'area social (Google Buzz e Google Wave su tutti) e qualche dubbio sulla privacy che però non macchia la reputazione online della casa americana, a differenza di quella dei rivali. Ma per la sua natura Google+ non può puntare più basso che ai 600 milioni di utenti di Facebook, e ad essere il primo social network al mondo.

Riuscirà? Molto difficile fare previsioni. Di certo Google+ pur provenendo da una nobile madre non può permettersi tempo di crescere come è accaduto a Facebook e già le piccole imperfezioni (che però a volte sembrano indicare problemi strutturali, sempre nella direzione del primato della tecnologia sul design e l'esperienza utente che è di casa a Google) si fanno notare. Le prossime settimane saranno cruciali, e non è detto che dagli early adopters si riesca facilmente a passare a un successo di massa.


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Nato il 4 di luglio

Pubblicato originariamente sul blog L'Ala Ovest

Mentre l'America festeggia il suo 235° compleanno (la dichiarazione di indipendenza fu firmata a Philadelphia il 4 luglio 1776) ritorniamo a parlare delle elezioni presidenziali dopo un lungo periodo di silenzio su questo blog. Sembra ieri l'elezione di Barack Obama alla Casa Bianca e invece il suo mandato è già oltre la metà del suo corso, infatti è proprio dal cattivo risultato delle elezioni di midterm che bisogna ripartire.

Nel consueto rinnovo totale della Camera dei Deputati a novembre 2010 il partito Repubblicano è riuscito a imporsi strappando la maggioranza e insediando John Boehner come speaker, ma ha lasciato il Senato ai Democratici anche se con una maggioranza ridotta. Ciò nonostante la vittoria repubblicana, e i sei mesi di opposizione parlamentare a Obama, non sono stati utili al Grand Old Party per mettersi in pole position nella corsa presidenziale del 2012 e anzi hanno evidenziato le spaccature interne al partito tra le diverse fazioni, spaccature che saranno la storia delle primarie che di fatto sono già iniziate.

Sul fronte del partito Democratico i giochi sono già fatti, Obama come prevedibile correrà per la riconferma e non ci sarà nessuna opposizione nelle primarie, nemmeno simbolica nonostante i mugugni dell'ala più liberal del partito che ha accusato il presidente di non aver fatto abbastanza durante questo primo mandato. Da qui alla convention democratica di Charlotte (North Carolina) il 6 settembre 2012 sarà allora per Obama una pura campagna mediatica a sottolineare ancora di più come le elezioni siano sopratutto un referendum e un giudizio sul presidente quando questi si ricandida. Come sarà l'economia americana da qui a un anno? Ecco il vero punto di domanda che probabilmente farà vincere o perdere Obama.

Tea Party Express at the Minnesota capitol
Nella foto, una manifestazione del Tea Party Express nel 2010. Credits Fibonacci Blue/Flickr.

In casa repubblicana invece si ripresenta sempre più forte il dilemma della eleggibilità: votare un candidato più radicale e per questo più affine ai militanti che votano nelle primarie oppure cercare un candidato che possa battere Obama alle elezioni generali? Se questo dualismo è sempre stato presente, è però con le elezioni del 2010 e la crescita del movimento Tea Party in seno al partito che la scelta è diventata difficile: i militanti del Tea Party, movimentisti e politicamente radicali, sono ormai necessari per vincere le primarie e per il fundraising ma le loro scelte sono spesso indigeribili per repubblicani moderati e indipendenti con il risultato che nel 2010 la riconquista del Senato è fallita anche se non soprattutto a causa di candidati repubblicani vincitori delle primarie ma inadatti a un'elezione generale. Il Partito Repubblicano commetterà lo stesso errore nel 2012?

Ecco allora che alle primarie repubblicane si affacciano diverse categorie di candidati (ben 14 sono finora quelli ufficiali), dai moderati preferiti dall'establishment del partito ai favoriti dei tea partiers, c'è l'ex-speaker della Camera Newt Gingrich la cui campagna sembra già essere naufragata, il governatore del Minnesota Tim Pawlenty, la radicale Michele Bachmann, il libertario Ron Paul. C'è soprattutto Mitt Romney, alla seconda candidatura dopo quella del 2008 e che nella tradizionale pratica dell'"erede designato" preferita dalla struttura del GOP sembra avere dietro i maggiorenti del partito che vedono in lui il favorito per le primarie e un centrista capace di affrontare Obama il 6 novembre 2012. E poi ci sono gli assenti, quelli che hanno già rinunciato come Mike Huckabee o Haley Barbour e quelli che restano eternamente sulla soglia della candidatura come il governatore del Texas Rick Perry (che diventerebbe immediatamente il favorito decidesse di correre) e la repubblicana forse più famosa, Sarah Palin. E non c'è da dimenticare la falsa candidatura di Donald Trump, cresciuta rapidamente e sgonfiatasi ancora prima.

Le primarie cominceranno, come da tradizione, in Iowa e new Hampshire a inizio 2012 e quando si accenderanno i fuochi d'artificio del prossimo 4 luglio l'America sarà già nel mezzo di una campagna elettorale infuocata.


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Caro Odifreddi, ti scrivo

Grazie all'invito di Mondadori ho partecipato a un incontro di "blogger" (definizione ormai datata, ammesso e non concesso che abbia mai avuto senso) con Piergiorgio Odifreddi per chiacchierare insieme a 140nn di e intorno al suo libro più recente, Caro Papa, ti scrivo. Evidente fin dal titolo, si tratta di un pamphlet concepito come risposta alla Introduzione al cristianesimo scritta nel 1968 dall'allora teologo Joseph Ratzinger diventato poi Papa con il nome di Benedetto XVI.

Per quanto simpaticissimo di persona e divertente, non sono particolarmente un fan del professore e divulgatore piemontese, che negli ultimi mesi e anni ha preso su di sé la maschera dello scienziato ateo nel teatrino dell'arte dei mezzi di comunicazione italiani, e anche in questo lavoro trovo molti dei difetti che fanno un po' storcere il naso: il mischiare piani diversi, l'uso di argomenti facili per "smascherare" la presunta superiorità della religione, la sensazione che comunque parli sempre ai già convertiti e che la sua audience si riferimento non sia quella dei credenti dubbiosi. In particolare mi è sembrata curiosa la scelta di scegliere Ratzinger come interlocutore, e di questo gli ho chiesto conto esplicitamente. Anche se il papa tedesco ha fama di studioso ed è stato la longa manus teologica di Giovanni Paolo II, la scelta di indirizzare a lui questa "lettera luciferina" mi è sembrata più dettata dal ruolo attuale del destinatario come successore di Pietro che dal riconosciuto valore delle argomentazioni recenti e passate in materia di fede.

In realtà, sostiene Odifreddi, la Introduzione prodotta da Ratzinger è un testo molto interessante e, scritta in un periodo storico e culturale diversissimo da oggi (immediatamente successivo al Concilio Vaticano II), apre possibilità insperate per il dialogo e pone addirittura le stesse domande che porrebbe un ateo. Va da sé che Odifreddi considera le risposte del tutto insoddisfacenti, e in questo pamphlet procede con un po' di incertezze a confutarle.

È un'operazione riuscita? Difficile dirlo, Odifreddi argomenta in maniera erratica e dove a volte procede a colpi di logica (la sua vera area di competenza), in altre preferisce concentrarsi sulla falsificazione dei miti fondanti della religione cattolica, in particolare la figura storica di Gesù Cristo: ora anche persone di fede possono tranquillamente accettare a mio avviso un ridimensionamento della figura storica di Gesù senza che questo crei una frattura in una fede "adulta" ma con sorpresa Odifreddi sceglie (per motivi speculari) la stessa posizione tradizionalista di Ratzinger per cui gli elementi storici della vita del Cristo sono fondativi della fede. Ecco quindi che l'impossibilità pratica di validare questi e altri elementi del circo multimediale religioso sembrano portare all'inevitabile conclusione della illogicità della fede.

Durante il dibattito mi è quindi sembrato evidente che c'è una specie di contrappasso per cui le religioni, o ancora più nello specifico le denominazioni cristiane, che trattano gli elementi della loro fede come miti e simboli sono meno criticate mentre la chiesa di Roma, che almeno ufficialmente impone con il Credo tridentino un vasto campionario di dogmi, fallisce miseramente al confronto del metodo scientifico. Ecco perciò la particolare natura del dialogo con un Pontefice che nei suoi scritti tenta (con alterne fortune) di tracciare una linea d'unione tra fede e ragione umana. Tutto questo secondo Odifreddi è semplicemente irricevibile.

Operazione riuscita? Ho più di un dubbio. Di sicuro il libro darà divertimento e argomenti a chi cerca materiale dialettico contro il paraphernalia cattolico ma forse non potrebbe reggere a un'analisi più attenta che cerchi di capire le motivazioni di chi crede nonostante tutto.