Balla con gli alieni

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Il grande schermo, l’anteprima nella serata precedente all’ingresso in cartellone: trovandomi a Londra non potevo allora perdermi la prima proiezione per il pubblico di Avatar al famoso Odeon di Leicester Square. Il nuovo film di James Cameron (a dodici anni da Titanic) realizzato con le più recenti tecniche di effetti speciali e animazione computerizzata era un’occasione troppo ghiotta da lasciarsi sfuggire, anche perché mentre in tutto il mondo esce tra oggi e domani, in Italia bisognerà attendere gennaio probabilmente per lasciare posto in sala ai “cinepanettoni”.

È evidente che nel parlarne non si può ignorare l’attesa, le voci, il ruolo stesso di Cameron nel panorama del cinema contemporaneo: al tempo stesso artefice di blockbuster e autore nel senso più profondo del termine, espressione di un cinema muscolare che piega le ultime innovazioni tecniche al servizio della storia raccontata, Cameron negli anni ha sempre interpretato e segnato la strada del cinema come grande intrattenimento popolare. Comprensibile allora l’attesa quando si viene a sapere che Avatar si pone ai confini di fantascienza e fantasy e usa estensivamente il 3D, la tecnologia che non solo apre nuove modalità espressive ma che appare come l’ultima ancora di salvezza a cui si aggrappa l’industria holliwoodiana per giustificare la visione nelle sale.

Difficile allora non tenere in mente che grazie a questi progressi tecnici nell’ultimo decennio lo scenario di fantascienza è diventato (o forse è meglio dire ritornato, basti vedere lo stesso Cameron in Aliens) l’ambientazione più libera in cui ambientare ipotesi e storie, e i mondi “altri” il territorio prediletto dell’epica come ci ha insegnato la trilogia de Il signore degli anelli. Avatar quindi si è trovato al centro di tutte queste attese, non ultime quelle dovute a un budget si dice stratosferico (come già accadde per Titanic).

Il risultato è un film grande che avrà un enorme successo di pubblico ma che porta con sé diversi difetti che impediscono di definirlo un grande film.

È di prassi partire dall’analisi della storia, e in questo caso persino doveroso: dopo aver visto i trailer infatti, e per analogia con altri titoli dello stesso filone, si sa che solo una sceneggiatura solida e a suo modo credibile può tenere a galla un film dove “recitano” alieni azzurri alti circa tre metri. Ed è anche necessario perché è su questo terreno che Avatar svela le pecche più vistose, mostrando sì con interesse l’interazione tra gli umani che colonizzano il pianeta Pandora e la razza nativa umanoide che lo abita (per esigenze biologiche questo può accadere solo tramite l’uso da parte degli umani di corpi succedanei, gli avatar del titolo), ma limitandosi a una contrapposizione buoni-cattivi basata sui rapporti tra i colonizzatori bianchi e i nativi americani, ai cui usi e rapporti armoniosi con la natura la razza dei Na’vi assomigliano in tutto e per tutto; anzi a essere sinceri la sceneggiatura del film sembra una scopiazzatura di Balla coi lupi di cui ricalca la struttura portante, per quando di per sé non originale. Attraverso gli occhi del protagonista umano anche noi capiremo quanto gli “altri” siano migliori (tutti, senza distinzioni all’interno del clan) e di come sia importante salvaguardare l’equilibrio con il mondo circostante.

Questa semplificazione estrema del messaggio appesantisce lo sviluppo del film, che già soffre di una lunghezza eccessiva (161 minuti) specialmente nella parte centrale in cui appunto il protagonista umano impara gli usi dei Na’vi attraverso il proprio avatar a loro somigliante. Il tutto prepara a un “terzo atto” estremamente spettacolare in cui le contraddizioni del rapporto tra le due culture giungono all’inevitabile scontro che produce una lunga e incredibile scena di battaglia – probabilmente il principale obiettivo di Cameron.

Ma gran parte del pubblico pagante andrà a vedere Avatar per farsi conquistare dagli effetti speciali, dalla lussureggiante natura immaginata sul pianeta Pandora (più precisamente un’ipotetica luna di un ipotetico pianeta gassoso in orbita intorno alla stella A di Alpha Centauri) e dalle immagini, usi e costumi dei Na’vi dalla pelle azzurra. Per tutto questo il film non delude assolutamente, e reinventa la magia del grande schermo sia per bambini che per adulti geek (che un po’ bambini sono sempre…) In effetti la grafica e gli effetti speciali sono talmente compiuti da scivolare sullo sfondo, così come non si vedono punti di sutura tra le diverse tecniche di animazione e di effetti speciali usate compreso il motion-capture. Da questo punto di vista Cameron si conferma l’innovatore che è sempre stato.

Ancora di più bisogna citare l’uso del 3D che oltre a costringermi a essere “seiocchi” in questo film è pervasivo, immersivo, sfruttato non solo nelle lunghe scene d’azione ma anche e soprattutto nella rappresentazione della foresta pandoriana e della natura che la abita. Da questo punto di vista si vede un film pensato e realizzato con il 3D in mente ma senza che questo venga trattato come “trucco” ma piuttosto come uno sguardo sulla scena che si accoppia alle prospettive offerte dalla produzione computerizzata. Questo ha pro e contro, c’è anche il caso che senza 3D alcune parti del film ne avrebbero guadagnato mentre altre sono impensabili per una visione “normale”. Ecco quindi che come ci si poteva aspettare Avatar rappresenta una pietra miliare per sviluppi nel cinema d’intrattenimento che solo il futuro ci potrà dire con certezza in quale direzione andranno.

Consiglio quindi di andarlo a vedere in 3D, sullo schermo più grande possibile, e di lasciarsi conquistare dalle immagini piuttosto che dalla storia.

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1 Comments

In 3D perché “meglio le immagini che la storia”. A questo punto vado a vedere un museo, che spendo uguale. E intanto SCARICO film degli anni ‘40 e ‘50 che lì invece la storia c’è (necessariamente)

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