Dopo molti dubbi, sono andato solo ieri a vedere Melinda and Melinda, l’ultimo film di Woody Allen: ho cercato fino all’ultimo di trovare una versione originale ma alla fine ho ceduto e ho subito la traduzione.
Si tratta evidentemente di un film minore nella vasta filmografia dell’adorato Woody, eppure al tempo stesso potrebbe essere considerato un film centrale, quasi rivelatore. Se infatti gran parte della carriera del cineasta americano si divide tra la commedia (per cui ha avuto successi e onori) e il dramma in stile bergmaniano (con risultati molto meno felici), si sa da interviste e commenti che è quest’ultimo l’oscuro oggetto del desiderio per cui il regista avrebbe voluto diventare famoso perché far ridere è “stare al tavolo dei bambini”.
E se anche si trovi bizzarro questo desiderio lungo una vita, quando i commensali dell’episodio-cornice del film si trovano allora intorno a un tavolo per discettare del comico e del tragico nella vita e nell’arte non si può non pensare all’opera stessa del regista e a questi due registri che nel corso degli anni sono stati mischiati a dosi variabili nei suoi film, e che in quest’ultimo corrono su due binari separati, con meno punti in comune di quel che si poteva pensare.
Paradossalmente, questa volta è nel registro drammatico che Allen traccia una bella storia, mentre il classico registro alleniano della commedia brillante cade spesso nell’ovvio per alcuni problemi abbastanza palesi. Il tutto in un film che spesso riutilizza o ricorda materiali alleniani esistenti, valga la struttura stessa della “cornice” che ricorda non poco Broadway Danny Rose.
Il problema principale è la mancanza dell’attore Woody Allen per un ruolo che per goffaggine, battute brillanti e mimica era il classico alter-ego del regista: Woody passa sempre più spesso la mano per evidenti problemi di età, ma se in Anything Else Jason Biggs fa un credibile personaggio alleniano, in questo film è Will Ferrell a dover prendere il testimone, con risultato pessimo probabilmente per un fatto di physique du role inadatto. O forse perché “non sembra ebreo”, qualsiasi cosa questo possa significare. Il doppiaggio italiano a cura del bel tomo Pino Insegno non aiuta certo, sia per tempi delle battute che per la loro pura e semplice traduzione incerta dal newyorkese all’italiano.
La storiellina “commedia” appare allora come un’imitazione alleniana, e decisamente fuori tempo con un ottimismo dei personaggi e una serie di battute che si sposano poco agli anni 2000; certe freddure, anche divertenti prese in assoluto, sembrano tratte dagli straordinari film degli anni ‘70 e fuori posto qui.
Ben diverso il risultato del registro drammatico in cui Allen si permette di infondere robuste dosi di pessimismo e disegnare dei personaggi complessi e a tutto tondo, anche per quelli di contorno e non solo la Melinda del titolo (Radha Mitchell). Verrebbe da pensare che sia questo il prodotto che Allen voleva fare, per poi “bilanciare” la ricetta con una storia parallela e un apologo morale: un vero peccato perché se questo che è una specie di corto veniva allargato a storia completa si sarebbe potuto avvicinare a quel capolavoro che è stato, diversi anni fa, Crimini e misfatti.
Un’occasione mancata, forse. Ciò nonostante, un film molto interessante per riflettere sull’intera opera di un maestro.
Scritto da alessio alle 21:44