Senza voler rispolverare storie trite e ritrite di dita e lune, è evidente che Il Caimano di Nanni Moretti parla di altro rispetto a quello che si era pensato, sperato, temuto. O forse non proprio, ma certamente non parla soprattutto di quello.
Il vero protagonista non è infatti il personaggio del Caimano e dei diversi attori che lo interpretano, o la giovane regista autrice del film che lo dovrebbe raccontare; al centro del film c’è l’umanissimo, fragile ma vero personaggio interpretato ancora una volta da Silvio Orlando, ed è la sua storia personale di caduta professionale e personale e (forse?) di nuova opportunità che fa da struttura e contenuto alla narrazione. Nella sua semplicità all’interno dell’ambiente del cinema, nel suo arrabattarsi fatto di piccoli impicci e sotterfugi, nel sapore stesso di un cinema passato ed artigianale, il produttore di B-Movies Bruno Bonomo è il vero anti-caimano, il vero antidoto alla mitologia del successo degli uomini in doppiopetto.
Ed è impossibile non provare empatia con Silvio Orlando, impossibile non commuoversi nel suo oscillare tra posizioni moderate, dubbiose, autoindulgenti ma con una forte coerenza di fondo ai propri valori. Perché se il Caimano è — com’è — Silvio Berlusconi, allora non si racconta una storia personale stranota ma la storia di un’Italia, l’Italia del periodo berlusconiano: Italia che ha visto i tanti caimani ed i loro estimatori, ma anche gli oppositori giovani belli e fin troppo alternativi come la regista ed i suoi amici, e tanti invece lasciati nel mezzo ad arrabattarsi. Giunto quasi alla fine della sua discesa umana forse come sussulto di orgoglio, forse spinto inconsciamente dalle parole dell’amico polacco che esprimeva lo stupore verso italiani che “giunti al fondo scavano, scavano, scavano”, Bruno si impegna personalmente a rimettere in carreggiata il film prendendo posizione. Ed è in questo percorso che ancora una volta Moretti regala scene divertenti, tenere, commoventi o da ricordare e citare (e sì, alla Gelateria di San Crispino il gelato da asporto non te lo danno facilmente…)
Ma certo è anche una pellicola che come scusa narrativa usa la figura stessa del Presidente del Consiglio, e non a caso; in questo sono significative le uniche due (brevi) apparizioni di Moretti all’interno del film, ed è un ritorno che riporta chiaramente, senza dubbi, a Il portaborse il film di Daniele Luchetti prodotto ed interpretato da Moretti nel 1991 e che non per niente aveva ancora Silvio Orlando come contraltare nel ruolo dell‘“uomo comune”. La simmetria è evidente e quasi sicuramente voluta: il Caimano alla fine interpretata dal Moretti-attore è l’erede diretto del ministro Botero di quel film, ovvero è il Botero giunto al massimo vertice politico e istituzionale, come se gli allarmi di allora fossero andati assolutamente inascoltati, come se quindici anni fossero andati completamente sprecati.
E qui a mio avviso che i piani si uniscono e formano il discorso che voleva affrontare il regista: quando Moretti dice in una scena fortemente auto-ironica che “chi voleva sapere di Berlusconi lo sa già, ma Berlusconi ha vinto, con le sue televisioni, con la trasformazione della società” chiude il discorso con amarezza togliendo il personaggio del Caimano dal cabaret dei capelli, del lifting, dei tacchi per rimetterlo al centro del discorso sul declino dell’umanità della nazione, dei rapporti sempre più difficili, della difficoltà di trovare i propri punti di riferimento.
È quindi un film pieno di suggestioni, di collegamenti alcuni voluti alcuni forse solo accennati. Un film molto interessante a cui bisognerà ritornare in futuro, come forse avrebbe fatto bene rivedere più spesso Il portaborse negli ultimi quindici anni.
Scritto da alessio alle 00:44