Do. Or Do Not. There Is No Try. (Joda nell’episodio V)
Ero uscito dal deludente Episodio II (Attack of the Clones) chiedendomi come avrebbe fatto George Lucas a risolvere un’equazione complicata per un regista: scrivere un film che doveva incastrarsi tra questo e il primigenio Episodio IV, ovvero il vero e proprio Guerre Stellari. In pratica, cioè, un film di cui tutti in sala sapevano nei dettagli come sarebbe andato a finire.
L’impresa era abbastanza ostica quindi, a cui andava aggiunto la grande attenzione per la saga ormai trentennale e i risultati scarsi (artisticamente, non economicamente) dei primi due “prequel”. D’altro canto, la speranza e un trailer bellissimo avevano rialzato le aspettative per una fine in grande stile del ciclo — sono state raggiunte? Non proprio, anzi più no che sì.
Ci vuole un cuore bambino per rientrare nei meccanismi della serie, ma bastano le note del tema e lo scorrere del riassunto della storia per venire di nuovo proiettati all’interno dell’universo dei Jedi, senza remore. E la magia continua, per una discreta parte dei 140 minuti del film, ma lentamente si spegne mentre l’equilibrio della Forza nella Galassia si sposta e il ciclo si salda tra qualche dubbio e sbadiglio.
Cosa c’è che non funziona allora in questa La vendetta dei Sith? Non è chiarissimo, perché gli ingredienti ci sono tutti, ma in qualche modo non riescono a rendere come previsto. I personaggi, per quanto non piatti come nei primi due episodi, non sono sviluppati come sarebbe stato necessario per il tema del film e gli attori non aiutano con Hayden Christensen sempre più carciofo nel ruolo “tormentato” di Anakin/Darth Vader.
I cattivi sono un po’ grotteschi, i buoni un po’ pirla, e l’intreccio è a volte tirato via nei punti più complicati che avrebbero meritato maggiore attenzione anche se ciò avrebbe allungato ancora di più la durata del film. L’osservazione che la pellicola è incomprensibile per chi non è addentro agli antefatti è un po’ futile visto che nessuno può sognarsi di andare a vedere la sesta parte di una saga senza essere al corrente della storia complessiva, ma pure c’è la sensazione che si debba essere esperti della saga per riuscire a unire i puntini e cogliere i passaggi poco chiari. Un evidente problema di ritmo, che il montaggio alternato di Lucas non risolve e forse in qualche punto anzi appesantisce.
Alla fine, il grido di dolore è lo stesso da 25 anni: ridateci Lawrence Kasdan! Insieme con Leigh Brackett aveva preso in mano la storia di Lucas e creato quell’episodio al tempo stesso cupo ed eroico che era The Empire Strikes Back (episodio V), quello in cui Luke Skywalker deve confrontare le proprie paure per non soccombere al lato oscuro della Forza, come aveva fatto il padre prima di lui (ovvero dopo secondo la storia del cinema).
Il collegamento tra questi due episodi è fin troppo facile, e di quel materiale dal ritmo dilatato avrebbe dovuto essere fatto anche questo episodio III che invece corre a perdifiato per raccontare una storia fatta di troppi pezzi che alla fine banalizza gli snodi cruciali e quel po’ di introspezione dei personaggi che era riuscita ad emergere. Un problema di sceneggiature, al cuore di tutto, che lascia più spazio all’azione e ai momenti catartici — forse una concessione a una audience giovanile che non è più la stessa dei primi film?
Insomma, molti effetti speciali e molti duelli, ma sarebbe ridicolo prendersela con questi aspetti: Guerre Stellari è basato su effetti speciali e duelli! Quello che manca sono i personaggi con cui identificarsi e lasciarsi guidare, ci manca la strafottenza di Han Solo, il candore del primo Luke, la principessa Leia. Questi padri sembrano le copie mal riuscite dei loro figli, e George Lucas negli anni ha perso quel tocco che aveva all’atto della prima trilogia.
Scritto da alessio alle 17:13