24 Gennaio 2005

Immersione da Festival

Grazie alla presenza di Andrea il weekend è stato dedicato ad un’immersione nel FFF05 di Bologna, comprese le code alla biglietteria, i ritardi nelle proiezioni, il trotterellare tra il Capitol e l’Embassy di via Azzo Gardino. Se l’organizzazione potrebbe essere molto migliorata, specialmente per quel che riguarda i biglietti, le proiezioni sono state tutte piacevoli anche per chi come me non è un appassionato del genere ma che ha potuto vedere all’opera sensibilità molto diverse per quel che riguarda l’animazione.

Non ho infatti una passione vera e propria per l’animazione cinematografica (o gli effetti speciali) come espressione artistica in sé, preferisco di gran lunga valutarla come strumento per lasciar libera la fantasia e raccontare storie, sogni, ipotesi. Quello che ho apprezzato è stata quindi in molti film la commistione di tecniche (disegno tradizionale, computerizzato, 3D, riprese dal vero, ecc.) per giungere al risultato migliore.

Già giovedì sera avevo concluso la “giornata Lucas” con la visione dei cartoni di Clone Wars, una produzione televisiva diretta da Genndy Tartakovsky che copre gli eventi che accadono tra l’episodio II e il III nella saga di Guerre Stellari, la cosiddetta “guerra dei cloni”. Il risultato è IMHO molto deludente, sia a livello grafico che di pura piacevolezza: piccoli episodi di 3-5 minuti che venivano aggiunti alla programmazione di Cartoon Network in America ma che sono concentrati sugli aspetti “militari” e di azione piuttosto che sui personaggi, che già non hanno un gran spessore… In pratica mi sono reso conto che la realizzazione in carne ed ossa e curatissimi effetti speciali fa sì che l’universo fantastico di Star Wars generi la necessaria sospensione dell’incredulità che consente l’immersione nella saga, ma se si utilizza un mezzo meno “naturale” come i cartoni ci si rende conto che gran parte dell’intreccio è palesemente assurdo. Avere visto una ventina di episodi in stretta sequenza non ha aiutato, e la noia in sala era palpabile.

Sabato invece ho apprezzato immensamente il film coreano Wonderful Days, una storia di fantascienza ambientata in un futuro post-catastrofe ecologica (tema ovviamente non nuovo) e girata con mano sicura usando tecniche diverse in maniera sempre funzionale e subordinata alla storia, per non parlare di aspetti prettamente cinematografici come l’uso della musica e di una canzone portante. Particolarmente esaltante una delle prime sequenze (attacco al computer centrale, scoperta e inseguimento) dal ritmo forsennato e che termina nella cosiddetta “capsula del tempo” dove i sopravvissuti conservano l’arte del passato (compreso un Roy Lichtenstein); la lotta in mezzo alla riproduzione di opere d’arte mi ha ricordato alcune scene da John Woo, quando non era completamente bollito.

Al contrario, l’unica vera delusione è venuta da Appleseed, classico anime giapponese futuristico dal disegno elaborato ma che alla fine si riduce a una “storia di robot”. Particolarmente irritante la sequenza iniziale di puro combattimento con musica tecno-dance e numeri acrobatici, una via di mezzo tra Matrix e Doom che nella mia ignoranza penso sempre possa piacere solo agli adolescenti (ma so che invece non è vero). Il film ha anche una trama elaborata che verte sui rapporti tra umani e cloni, ma al ventesimo colpo di scena è diventato veramente difficile capire l’intreccio; i sottotitoli non aiutavano, peraltro: nella doppia versione italiana ed inglese dicevano cose diverse, o addirittura in contrasto!

Per finire la giornata di sabato, uno dei titoli che ha caratterizzato il Festival di quest’anno: Strings, film di marionette condotte dai maestri scandinavi in una storia mitologica dai toni shakespeariani. Intensamente poetico ed inusuale, il tutto ruota intorno alla consapevolezza di questi “esseri” di avere il loro destino deciso da fili che vengono dall’alto senza poter capire chi sia a manovrarli. Veramente straordinaria la capacità di comunicare emozioni usando “attori” di legno dal volto fisso (c’è chi ha fatto film con Keanu Reeves, però), se si vuole cercare un difetto è un po’ il ritmo lento del procedere, e un certo uso dell’effetto meraviglia negli spettatori per quello che è, comunque, un film unico.

Altri film domenica, dopo un “coda-party” mattutino con la varia umanità che cercava biglietti (soprattutto per “Howl”)! Preceduto dal corto Guard Dog, su un cane da guardia paranoico, Hair High di Bill Plympton è ancora un film e un tipo di animazione del tutto diversa, dal tratto personale e umorismo molto poco corretto. Ambientato nell’America degli anni ‘50 è una storia di high school, cheerleaders e quarterbacks dai capelli cotonatissimi (da cui il titolo), ma anche di pulsioni sensuali, organi interni, cadaveri. Divertente, distante anni luce ugualmente dagli stilemi giapponesi e da quelli disneyani, è un vero e proprio film d’autore.

Alla fine, siamo riusciti a vedere anche Il castello errante di Howl di Miyazaki Hayao, uno dei pochi titoli per cui c’era un’attesa generale che si è tradotta in lunghe code alla biglietteria e transumanza tra i vari spettacoli. Con una storia solida di avventura e magia (che diventa un po’ troppo contorta nella seconda parte però) il film è effettivamente godibile, e il disegno ben radicato nella tradizione giapponese è curatissimo e ricco di dettagli: l’ambientazione è in una simil-Mitteleuropa di fine XIX secolo, ma alla cura di persone, vestiti e paesaggi in stile si aggiungono fantasiosi macchinari senza tempo, volanti e non. Prevedo un buon successo generale per questo film che ha qualcosa per tutte le fasce di pubblico, e che dovrebbe avere distribuzione garantita in Italia, ma solo a partire da settembre 2005, un anno dopo la presentazione al Festival di Venezia…

Per finire, Il ritorno del gatto (o La ricompensa del gatto, come sembra più sensato) è un divertentissimo anime adolescenziale tratto da un manga, il cui buonumore generale ha fatto da antidoto all’orario tardissimo e ai ritardi che hanno fatto iniziare la proiezione ben dopo la mezzanotte dalle undici originali del programma. La giovane Haru salva un gatto, per poi ricevere ringraziamenti da tutta la sua famiglia di felini antropomorfi e parlanti: comincia come una poetica e bizzarra storia per terminare come una sarabanda surreale senza confini tra mondo felino e mondo umano. Abbastanza per poter continuare a chiacchierare (chiedendosi “ma che cosa hanno fumato gli sceneggiatori?!”) mentre si ritorna a casa tardi dopo aver salutato organizzatori e stanche maschere del Capitol che smontano tutto dopo l’ultimissima proiezione del Festival.

Scritto da alessio alle 13:45