6 Novembre 2004

Ketchup e senape

Alla fine, approfittando del fatto che era troppo tardi per arrivare in tempo ad un cinema più lontano (la mia disorganizzazione non diminuisce) ho visto The Village: il titolo completo sarebbe M. Night Shyamalan’s The Village, perché parliamo dell’ultimo film del “geniale” regista di Il sesto senso, Unbreakable e, ahimé, Signs. Ho messo geniale tra virgolette perché l’indo-americano sta ormai vivendo di rendita sulla sua fama ad Hollywood che appare a me assolutamente sopravvalutata; quest’ultima prova non fa altro che confermare il giudizio, anzi mette chiaramente in luce i suoi pregi (grande capacità registica, attenzione ai dettagli) e i difetti (poche idee e ripetute).

Mi trovo quindi totalmente d’accordo con il commento dell’utente bob the moo sull’Internet Movie DataBase che affronta il problema centrale del film: 107 minuti vengono riempiti solo da due idee e un colpo di scena, e il resto è un riempitivo ben girato, con l’aggravante che alcune sotto-trame potenzialmente interessanti (le storie degli “anziani” e tra gli anziani) vengono pure abbandonate senza dar loro l’attenzione che avrebbe reso più completa la storia. Shyamalan vuole arrivare al colpo di scena, che è ampiamente prevedibile come tempo e natura anche per chi non ne conosce il dettaglio (ovvero sai che nei cinque successivi minuti sarebbe arrivato il momento del disvelamento, per pura meccanica cinematografica) e a questo sacrifica il resto, a parte un sotto-colpo di scena gettato agli spettatori per confonderli un po’, ma che dura pochi minuti. Il sarcastico appunto che gira di più è che più che un film si tratta di un episodio di Ai confini della realtà, e c’è del vero.

L’unica cosa rilevante è la qualità della regia (Shyamalan dovrebbe limitarsi a questo, e non scrivere) e della rappresentazione visiva del villaggio e del bosco circostante: il “colore proibito” è un rosso ketchup che risalta ancora di più nei rari momenti di apparizione in quanto la fotografia desaturata lo evita e lo esalta; il “colore che salva” è un giallo senape che risalta quasi ugualmente in mezzo ai boschi. Anche gli attori sono sacrificati ad una sceneggiatura piatta e senza appigli, pur trattandosi di nomi di tutto rispetto (Joaquin Phoenix, Adrien Brody, William Hurt, Sigourney Weaver), e da questo punto di vista il film credo si regga quasi esclusivamente sulla grande prima prova di Bryce Dallas Howard che dà un po’ di credibilità al suo personaggio.

Mi si dirà che il significato non è alla prima lettura, che bisogna andare oltre e che in profondità il film racconta di un momento della nostra civiltà, che non va visto letteralmente e che sotto la superficie (come sempre) ci sono terzi e quarti significati. Ora anche se come sempre di un film si può dire tutto e il contrario di tutto, ed è credo la grande forza del cinema dopo più di secolo, la metafora del Villaggio isolato come fuga dalla realtà circostante è così chiara che poteva essere più evidente solo mettendo i sottotitoli (che poi in realtà gli anziani dicono di essersi rifugiati nel villaggio perché la città è cattiva, a prescindere di come la città sia fatta!). Anche qui Shyamalan vende come eccezionale un prodotto del tutto normale, che sarebbe di genere se non fosse per il lusso della confezione; non credo ci sia molto di più da commentare. Ketchup e senape, prendi le tue patatine, sono due ore di intrattenimento.

Scritto da alessio alle 10:46