Ci sono piccoli segreti che si tengono chiusi nell’armadio, uno dei miei era la passione per un piccolo e geniale film di qualche anno fa, Before Sunrise. L’annuncio di un seguito, Before Sunset, mi aveva preso un po’ alla sprovvista, e temevo che fosse destinato a rovinare come spesso accade il ricordo del primogenito.
Invece i fili di nove anni prima si riallacciano con naturalezza e anzi il dialogo diventa più maturo e più profondo, dando spessore ai due personaggi. Se nel film originale l’americano Jesse e la francese Céline si incontrano per caso in treno e passano la più romantica delle notti a Vienna, nove anni dopo si rivedono a Parigi per la prima volta avendo mancato l’appuntamento che si erano dati. Gli anni sono passati e hanno lasciato i segni sui visi e sui discorsi: i 70 minuti girano intorno più alle possibilità perdute che alle speranze per il futuro.
Se il tempo si è limitato a lasciare un velo terreno sulla quasi soprannaturale bellezza giovanile di Julie Delpy (e un inglese molto più americanizzato visto il suo abitare a Los Angeles, spiegato per Céline come soggiorno a NYU), per Ethan Hawke si tratta di segni e pieghe sul volto molto più evidenti, impietosamente sottolineate anche dai flashback tratti direttamente da Before Sunrise. Ethan Hawke ha d’altronde bruciato rapidamente le promesse di un talento tra i migliori della sua (nostra) generazione con pochi film validi e diversi inutili, e avuto due figli e un matrimonio con Uma Thurman che consumerebbe i più navigati.
Perché soffermarsi così tanto sulla vita personale dei due attori? Perché in questo film, che è ancora più kammerspiele del precedente, Delpy e Hawke portano sulle loro spalle il peso della storia e dell’evoluzione dei personaggi, a cui hanno contribuito tanto da meritarsi una menzione come co-sceneggiatori. Personaggi che un decennio dopo hanno tensione, storie sgradevoli e piccole sconfitte da raccontare, qualcosa che alla generazione dei più-o-meno trentenni potrà suonare familiare.
Così come il film originale era più profondo di quanto potesse apparire (molti i riferimenti all’Ulisse di Joyce), così anche Before Sunset va in profondità e lascia il segno, non solo per la qualità prettamente cinematografica (dialoghi perfettamente oliati, lunghi piani-sequenza per le vie di Parigi). Ahimé dovremmo definirlo forse un manifesto generazionale?
Scritto da alessio alle 23:14