Grazie ad un amico in Rete ho potuto vedere l’atteso Fahrenheit 9/11 di Michael Moore dopo soli pochi giorni dall’uscita nelle sale americane. Dire che sono deluso sarebbe troppo, mi rendo però conto di quanto gli americani siano tenuti all’oscuro di cosa accade veramente se un film come questo (che ha il centro sulla guerra in Iraq) scatena passioni così accese ed è addirittura campione di incassi, cosa incredibile per un “documentario” (anche se anomalo).
In effetti gran parte del film non sembrerà a noi europei cosa molto nuova: i rapporti della famiglia Bush con i sauditi e la stessa famiglia bin Laden, le bugie dell’Amministrazione, i dietrofront per giustificare la guerra sono stati sviscerati ed analizzati, e formeranno probabilmente il nucleo della storia della guerra quando si riuscirà a scriverla tra trenta o quarant’anni.
Ma gli americani non hanno magari mai visto alla televisione le immagini dei loro marines agonizzanti al bordo di una strada, le case di civili ridotte in macerie o le irruzioni in abitazioni di “sospetti” iracheni nel cuore della notte. Forse per tutti questi il film sarà davvero una botta allo stomaco, e sarebbe anche ora.
Per chi invece ha seguito la guerra anche solo attraverso la BBC non c’è tanto di nuovo nella parte centrale del film, che può quindi risultare anche un po’ noioso. Più interessante semmai è lo sguardo estremamente compassionevole (anche troppo, per le mie posizioni) che Michael Moore ha per soldatesse e soldati che vede come i primi ingannati da parte della cricca della Casa Bianca: l’ottica del regista è sempre sanamente populista ed orientata alla working class.
Moore dà il meglio di sé quando riprende in mano il discorso della paura come strumento di controllo sociale, tesi che era al cuore di Bowling for Columbine; la narrazione lo riporta poi alla sua città natale di Flint, Michigan, dove aveva ambientato Roger & Me e dove ora la crisi economica è tale che un arruolamento nell’esercito è visto come “un’ottima possibilità” di uscire dalla povertà. Tra i suoi tre film più fortunati c’è quindi un cerchio che si chiude, una visione alternativa della società e delle sue regole che poi concorrono a scrivere la storia.
Moore chiude non a caso citando 1984 di George Orwell, a tutt’oggi la più esatta rappresentazione degli anni che stiamo vivendo: la guerra è uno strumento di controllo sociale che serve a mantenere le elite e i loro affari sacrificando le classi più deboli. Come a dire, il discorso è più profondo e radicale, per ora ci limitiamo a smontare il castello di carte della peggior presidenza possibile.
Fahrenheit 9/11 è quindi un pamphlet abbastanza riuscito, il cui obiettivo chiaro e dichiarato è quello di influenzare il processo politico americano, a rischio di non fare breccia nell’interesse dei non-americani (nonostante la Palma d’Oro a Cannes). Ma nel fare questo tocca, anche se superficialmente, temi più profondi che forse verranno evidenziati in lavori successivi.
Scritto da alessio alle 19:55
La sua recensione è qui….
Grande post (scoperto grazie a One More Blog)…e non lo dico spesso. Ti sto citando or ora nel mio. Continua così. :-)
Spedito da wolverine, 30 Giugno alle 03:49
Dopo aver conquistato Cannes, il nuovo film di Michael Moore è arrivato nei cinema americani sbancando i botteghini (quasi 24 milioni di dollari nella prima settimana di programmazione). Sarà vera gloria? La recensione del maestro Jedi Alessio, il più …
un gran bel post, trovato grazie a Wolverine.
In attesa di vedere F-9/11, le impressioni sono quelle. L’intento sembra educativo, quindi ben venga, i bambinoni statunitensi ne han proprio bisogno. Moore utilizza parte del materiale esposto in “ma come hai ridotto questo paese”, in certi aspetti ancora più duro di “stupid white men”. un saluto!
I miei compagni americani, al corso di arabo, sono 10 ragazzi e ragazze arrivati due giorni fa allo scopo di fermarsi per un anno a fare volontariato. Vengono da tutti gli USA ed hanno in comune il fatto di…