Storie americane

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Durante la lunga campagna elettorale per le presidenziali americane (cominciata in realtà già un anno fa con le prime candidature) ho scritto poco o nulla e non solo per colpa della generale afasia che ha colpito questo blog: i media tradizionali nostrani fanno cadere le braccia su questo argomento e impediscono qualsiasi discussione che vada oltre "meglio il nero o meglio la donna" e d'altro canto Paolo in paferrobyday fa giornalmente un lavoro da applausi per chi voglia seguire la corsa alla successione di Bush 43. Così sono mesi che un post iniziato durante le primarie democratiche resta nel cassetto.

Ma passato Labour Day qualsiasi prudenza comincia a cedere e le ultime settimane vedranno un'intensa attività fino alla notte del 4 novembre; in più dovrò prima o poi scrivere qualcosa sulla mia nuova ossessione… Intanto però è successo qualcosa che ci ha segnato e che va, in un certo modo, ricordato: David Foster Wallace ha deciso di lasciare il party in anticipo lasciandoci soli con le pagine già scritte e senza le speranze di nuovi racconti di ossessioni. Ammetto di avere difficoltà con la sua scrittura, e di avere Infinite Jest sul tavolino da mesi con segnalibro intorno a pagina 150 (un 10% scarso del totale, quindi), ma recentemente sono invece riuscito a leggere di un fiato McCain's Promise, rimaneggiamento in volume di un articolo inizialmente scritto per Rolling Stone al seguito della campagna presidenziale di John McCain nel 2000. È anche grazie a questo piccolo saggio-racconto che sono riuscito a capire il candidato repubblicano di allora e il fatto che il John McCain del 2000 ha poco o niente in comune con il John McCain del 2008.

DFW scriveva a bordo del Straight Talk Express, il pullman della campagna elettorale di McCain, o per essere più precisi (notazione importante nel punto di vista) dal Straight Talk Express 2, il secondo autobus dove finivano gli inviati dei giornali meno importanti mentre pochi eletti riuscivano a stare su quello principale insieme al candidato. Non incontrerà mai a quattr'occhi il senatore e così la sua narrazione sarà in qualche modo esterna, più attenta alle reazioni alle campagna di un pubblico di diversi tipi piuttosto che alla campagna stessa.

E insieme alle osservazioni sul circo dei media, sulla ripetitività di un “lavoro” come quello di candidato, traspariva una forte simpatia per il personaggio McCain, accompagnata da una vera e reale paura per alcune delle cose estremamente di destra sostenute dal candidato. Come se la naturale simpatia per il ruolo politico che poteva assumere McCain all'interno del Partito Repubblicano nascondessero i suoi estremismi, soprattutto militari.

L'altra cosa importante da sottolineare a chi andasse ora a rileggere questa opera di DFW è che tratta delle primarie repubblicane del 2000: McCain, senatore dell'Arizona, si metteva contro l'establishment del Partito Repubblicano che aveva già scelto come candidato il governatore del Texas George W. Bush, il figlio di Bush 41. Il testo ricorda in più battute come la campagna si muovesse a un livello economico accettabile ma modesto (a partire dal pullman) mentre quella del “governatore” aveva i mezzi e il passo dei fondi illimitati; in questo l'immagine di maverick, di eretico rispetto alle posizioni del GOP aveva per McCain più di un fondo di verità e da qui buona parte della simpatia di elettori repubblicani e indipendenti.

Se andiamo avanti otto anni sino al presente, sappiamo come finì la corsa: la macchina deviata lungo una linea morta, verrebbe da dire. Dopo alcuni buoni risultati nelle primarie iniziali alla fine McCain cedette a Bush che ottenne la nomination repubblicana, e poi la presidenza grazie all'aiutino da casa del fratello governatore della Florida. McCain cedette anche la sua fama di eretico pezzo a pezzo, rientrando poco alla volta nell'ortodossia del GOP, sostenendo Bush, la guerra e tutto il resto; nel 2008, esaurita la propria spinta propulsiva e a 70 anni suonati si trova a ottenere quella stessa nomination cercata otto anni prima e ora rimasta senza eredi apparenti visto lo sfascio di due mandati tra i più oscuri della storia americana. Ma dietro il nome è rimasto poco: quello che è ora il candidato dell'establishment del partito e che ha trasformato lo Straight Talk Express in un aereo da campagna nazionale ha solo il nome di quello descritto da DFW, il nome e qualcuna di quelle intemperanze quasi fasciste nella visione del mondo.

Il resto della campagna elettorale di McCain è ormai evidentemente gestita dal partito, a sua volta ormai dominato dalle componenti conservatrici e religiose; se la mano sul volante non è quella di Karl Rove (stratega delle elezioni di Bush), è però quella dell'erede Steve “The Bullet” Schmidt. E commentatori e alleati che avevano apprezzato umanamente e politicamente McCain ora si ritrovano delusi e traditi, e assistono impotenti all'inutile e triste trasformazione di un vecchio soldato.

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